lunedì, 23 ottobre 2006, ore 11:40

Capitolo undici/11
Aprile

Ricordi.

Ricordi?

Aprile ti copriva le guance di un primo rossore.
Aprile ti confidava. Si confidava. Ti sussurrava.

I ricordi hanno sempre un'aura circolare.

Dapprima generano il sobbalzo della mente, la felicità data dal solo averli di nuovo vicini.
Poi scende il ricordo ai dettagli.

Il dettaglio è il ripieno di quella cialda perfetta di zucchero a velo.

Aprile confidava e indicava dettagli. Dettagli di sabbia, di vento e mare.
Tutto aveva un gusto nuovo. Tutto sapeva di quella pagina bianca e del suo essere carta e pieghe.

Tracciati come righe nella sabbia, verso un tronco, verso uno spazio tutto nostro.

E silenzio.

Stava Maggio. Stava seduto, stava fissandoti al di là della macchina fotografica.

Stava Neve. Stava fissandolo e felice. Dietro un obiettivo che le regalava, da sempre, piccoli istanti di assoluto.

Ricordi.
Ricordi?

La felicità circolare. Morderla come averla appena assaporata. Maggio e neve. Parole che ancora si dovevano dire.
Parole che si dicevano per le prime volte ed ogni ripetizione donava un nuovo sapore alle cose.

Accorgersi che sa di cannella. Sentire poi che c'è anche altro. Sentire le tonalità dello zucchero.

Si può rendere dolce tante cose, in tanti modi.

I contorni. Ricordo contorni sfumati che diventavano distesi e conosciuti. Ricordo il viso di Maggio che si faceva riflesso di serenità.

Un assoluto? Un assoluto

E cominciavano i rituali. Le frasi che avevano significato solo per loro. Tutto un mondo di frasi? forse. (si)

Risate. Ricordi di risate argentine e dorate mentre sfogliavano le foto di quell'Aprlie e di quel mare.

Mentre il mondo stava immobile a fissare il mare, con forma di tronco. Tutta una vita.
E poi accanto un'altra che nasceva.

Ricordi
Ricordi?

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domenica, 14 maggio 2006, ore 19:33

Capitolo dieci/10
Il Mare di AcquaDolce

E' tempo di virare a pagine scure questo racconto di carta digitale.
La patina, quella sottile e spolverata patina di ruvida semplicità che sorprende accarezzando la carta di un certo livello, quella dei biglietti da cerimonia, degli inviti al battesimo dei bimbi, delle partecipazioni, qui mi si richiede con sempre maggiore esigenza.

L'incontro di carta.
Su di esso non si scriverà mai abbastanza. E anche laddove, sarà sempre una vana ricerca di parole per descrivere impalpabili nuovolosità dell'animo.

Per cui, vista la mia incapacità - lo ammetto, per quanto consapevole testimone di tutto e parte integrante, mi incatena una certa brama di procedere alle descrizioni vibranti e passionali (come del resto piace tanto leggerne nei racconti ben fatti) - preferisco calpestare per qualche riga o pagina la untuosa sincerità della vita reale.

Vita reale.

Capoluogo di vita: Firenze.

Direzione: ovunque, ma nel caso del primo incontro, Pisa.

Destino, protagonista principale e interprete super partes.

Maggio e Neve, coprotagonisti inconsapevoli ma impazienti di rendersi capostipiti del loro percorso, cartaceo e umano.

Un treno.

Di quei treni vissuti nel corridoio, ad attendere stazione dopo stazione la tua.
Seduti sulla valigia, magari un po' scomodi.

Intrattenersi e conoscenze. Unico passatempo se ti sei dimenticato un buon libro, o se, come nel caso, non esisteva libro migliore dei capitoli recenti del tuo cuore in risalita.

Così, con l'attesa nel distacco dei binari, quel "TU-TU-TUM!" che contraddistingue e separa i secondi dai minuti e i minuti dalle ore, che si armonizza con il cuore, procedi.

Stazioni.

Prato. Pum.

E non sai a chi dirlo. Se non a lui.

Già, dimenticavo o quasi.

Lui.

Maggio aveva innestato la sua abituale discesa nella paranoica attesa con inedia connessa.
Niente di volontario, solo un sonno che porti il dolce suono di una voce da chissà quale accento ad attanderti fuori dalle coperte.

Un pomeriggio senza aspettative.

Maggio legge: Prato. Pum.

Maggio legge e pensa a Prato, posto privo di niente e pieno adesso di tutto quello che per lui è desiderabile.

Maggio invidia Prato.

Ma è il tempo fugace di dieci o venti "TU-TU-TUM!".

Poi anche questa insulsa cittadina ritorna vuota e si spegne la stella di quella luce calda. Quel sole di carta che riflette su un pomeriggio di inedia e sussulti di binario in binario.

Il treno prosegue lento, e il corridoio diventa viavia sempre più un tunnel, direzione Firenze.

Città dai mille ricordi, legati ad un progetto, ad una casa dalla vista mozzafiato, da decisioni importanti forse rimpiante, da serate a mangiar schifezze e cercarsi in parole altrui, vicino a via Cavour.
E magari Maggio passava accanto e non lo riconoscevi.

Il Destino di oggi ha deciso movimenti sincroni. Tranquilli.

Firenze trovava un binario sicuro e il treno vi entrava con un "TU-tu-tum" più lieve.
Infine, senza un perchè, si fermava.

Fermata consueta, di treminuti.
Il destino aveva progetti più silenziosi.

Fermata concreta, Fermata e basta.

"Così Vicini, così lontani".

Neve ignorava Dove Fosse Maggio.

Maggio nella frase lesse la strada fuori dalle coperte, il velo di una città che era solo mura antiche sciogliersi.
Dante avrebbe continuato a sognare Beatrice, sepolto in una chiesa con centianaia di turisti e poeti venuti a cercarsi nelle sue rime.

Qui le rime non c'entrano.

Le occasioni te le prendi o le catturi.

Il tempo di un soffio, forse due.

Corsa contro un tempo.

Già, il destino aveva dato una mano, un braccio a bloccare quel binario.

Ma ora i coprotagonisti avevano la sceneggiatura tra le dita e, come sulla carta di giorni prima, dovevano prendersi cura delle loro anime.

Semafori.

Di tutto questo ricordo semafori e attese, messaggi e ricerche.

Cercarsi senza mai vedersi, parlarsi senza riconoscere la voce dell'altro, toccarsi senza essersi mai toccati, incontrarsi senza conoscere il colore verde degli occhi col sole.

Ma il destino aveva previsto tutto.

Il sole di carta, bonario, aveva già abbandonato la città, lasciandola ad una sola luce, quella del viso di Neve.

Così, in quel pomeriggio di nonattese, di inedia e corridoi e "TU-TU-TUM!", arrivarono le mani.

La prima cosa furono gli sguardi.
Incrociarsi per non districarsi più.

Vennero passi, l'uno verso l'altro e l'emozione da prima volta.

Venne un brevissimo scambio di vino e risate. Venne un quatro d'ora con la promessa dell'indomani.

Un indomani segnato da momenti e Momenti.

Un indomani che ancora non vede il tramonto.
Oggi.

Fine del Capitolo.
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venerdì, 21 aprile 2006, ore 00:00

Capitolo nove /9

Battiti di cielo pieghevole

Il contatto è una cosa di cui sembra sempre di non parlare abbastanza.

a volte pare quasi di averlo li, a portata di mano.

e invece il contatto sfugge, pare impossibile, perfino su carta, in un mondo di carta, restare incollato a parole, o a Parole, che sembrano familiari ascoltate una volta sola.

Ti soffermi a guardare fisso un cristallo liquido, come i tuoi occhi infreddoliti e increduli.

Ti soffermi e ti chiedi dove sia la fregatura.

Ma tutto scorre e scorre perchè quando tutto è semplice come respirare o accarezzare una mano della tua stessa pelle, non c'è altro da fare se non scivolare.

e così ti rendi conto di saper di nuovo scivolare.

sulle parole, dentro ai suoni di piccole canzoni del passato che suonano nuovi arrangiamenti nel presente, e le senti di colpo complete.

senti la completezza come un bottone mancante nella camicia del mattino, stirata di fresco.

come i lacci delle scarpe per una volta al loro posto.

e la vita, come l'hai conosciuta pare sfocarsi.

il sole di carta l'aveva capito, ma tu, piccolo Maggio di pochi giorni di vita, ti accorgi solo ora della vita di un'altra persona, di un'affine.

scoprire la vita è un dono del Destino, non fartela scappare ora.

ma impossible.

tutto è incassato, come un puzzle, un tassello nel suo unico foro, dopo aver cosparso il muro di trapanate a salve.

non per gioco.

per pura ricerca, smaniosa e insipida, perchè la ricerca è sempre vuoto di pensiero se non c'è la piassione della prima volta.

e venne Neve.

venne non richiesta, non sperata.

venne come un giorno si avvicenda al giorno concluso.

come un sorriso nella pioggia del mattino.

semplice e lineare.

rose appassite di cui non ricordo il mittente.

fiori di Maggio.

che fiori fioriranno a Maggio.

Neve è già emozione e l'emozione in Neve significa neve.

Tutto sembra declinabile al plurale.

perfino i nomi di chi verrà dopo di Neve e Maggio.

nel groviglio di attese e incontri, nella decisione repentina di squarciare il velo di carta e parole per toccarsi le mani almeno una volta, i Due trovarono il coraggio di chiamarsi per Nome.

Un Nome immaginato, sussurrato, pensato.

Un Nome che non significa conoscere l'altro. Significa Amarlo più di se stessi.

Ma il mio compito è di riportare fatti, forse?

Il mio voto è alla realtà di sensazioni impalpabili, come respirare il cacao spolverato sulla crema al mascarpone e tossire. Una dolce irritazione.

Amarsi è tossire di cioccolato a velo. Gustarlo richiede attenzione e dedizione.

Attenzione e Dedizione.

Maggio e Neve richiesero attenzione e dedizione a se stessi prima dell'altro.

E mentre Neve cercava il Suono trovò Maggio.

E mentre Maggio si chiedeva dove portassero i sentieri di  carta, trovò Neve.

La carta divenne un mezzo, non un Fine.

la Fine invece è nostra, a Maggio e Neve non appartiene.

A loro lasciate il sorriso delle carezze a metà.

Il battito di una breve distanza divisa da un solo respiro.

Fine del Capitolo.
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mercoledì, 19 aprile 2006, ore 19:34

Capitolo otto/8
..e venne la Neve.

"nevicanevicanevicanevica", pensava Neve.

Raccontavano voci popolari poi smentite anche dagli stessi autori che ovunque andasse portasse la neve, Neve. Ecco, Neve.

Neve cercava la Parola. L'aveva cercata a lungo, anche nei posti più improbabili. Dai libri alle persone ai muri, e anche sui tombini. In realtà che io sappia su questi ultimi non ha mai trovato granché, o forse non ha voluto raccontarmelo. Come i prestigiatori e i cuochi, che non raccontano mai i loro trucchi. 
(Ho seri dubbi anche in merito alle persone.)

E cercava le Immagini, Neve.
Le cercava con gli occhi e con le lenti, per passarle su carta. Per riuscire a fermare almeno quelle.
Neve era una di quelle persone a cui sembra sempre che tutto in qualche modo possa (s)fuggire.

E cercava il Colore. E si chiedeva di che colore fosse il Rosso quando era chiuso nel tubetto dei suoi colori ad olio e nessuno poteva vederlo.

Ma quando trovò Maggio, Neve stava cercando qualcos'altro.
Un suono.

Quel giorno voleva uscire, ma voci moleste la mettevano in guardia da un freddo assassino. Voci che l'avrebbero voluta ancora imprigionata nella sua Pagina. Ma Neve smaniava dalla voglia di uscire, di respirare fuori, di rirpendersi le sue cose. E Neve uscì.
Vagava, quel giorno, in una valle di stoffa, con alberi di velluto, prati di lana, fiumi di seta e nuvole di cotone. E all'improvviso lo sentì. Il Suono. Non sapeva perché, e detta così assume un'aria falsamente paragnosta, ma lei davvero non lo sapeva. Capiva solo di aver bisogno di ritrovarlo, quel Suono, svanito troppo in fretta.
Si ritrovò fra alberi e prati di stoffa, faceva ancora freddo, un freddo che non poteva nuocerle. E il Suono non c'era più.

Si incamminò verso casa, con l'aria di chi aspetta qualcosa. Il Suono. La neve. Qualcosa.
InAttesaChe.InAttesaDi.InAttesa.
Si incamminò. E lungo la strada di carta, col sole di carta che calava lento come può esserlo un sole di carta, che allungava le ombre di carta, si fermò. Ai piedi di una collina di carta. Forse era stanca, ma con gli occhi controvento al cielo intravide sulla collina un albero di carta, e sotto l'albero un uomo di carta. Non ne sono sicuro, ma credo sorrise. In punta di dita, per timore di disturbare l'uomo di carta (e l'avrete capito, era Maggio), prese un ramo secco, e scrisse sulla sabbia:

"E se per esempio (per esempio).."
 
E ritornò nella sua Pagina di rose secche come delusioni dimenticate che non fanno più male, di Parole abbozzate, e Suoni ammezzati, e Colori accennati, e Immagini sfocate, di gatti turchini e case di mattoni rossi, e onde d'acqua gelida, e nebbia arancio, un mondo grande poco più di sei millimetri. Un mondo dove dopo il 9 veniva il 10. Un mondo che ormai le stava stretto. Una pagina troppo scritta, con troppe linee di correzione.
E la voltò.

Successe allora una cosa, che voci popolari prontamente smentirono e forse non capirono, non accettarono, le stesse che ne furono forse testimoni, attoniti.

La Pagina divenne Bianca. Ma proprio bianca, ovunque la si guadasse. C'era un profumo nuovo, buono. E sconosciuto.
Come se la carta profumasse di zucchero.

E allora venne la Neve.



ti stringo le mani
rimani qui
cadrà la neve
a breve

Fine del Capitolo.
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martedì, 04 aprile 2006, ore 15:51

Capitolo 7/sette

Passi Impercettibili Controvento

Colui che scrive non scioglie la matassa del volo di questo incontro. Come si può ripercorrere a ritroso le tracce invisibili che hanno condotto due anime, sconosciute un attimo prima, a fondersi in una persona unica?

Eppure c'è stata una "prima volta".

L'incontro da prima volta lo si immagina sospettoso, scevro di reciproche attese particolari. Forse curiosità, a volte malcelata diffidienza. In alcuni casi vera ostilità, che, per la ferrea legge del "chi disprezza compra", si rivela essere l'inizio, la genesi di un rapporto.

Questo capita quando si incontrano due persone.

Narrare l'incontro di un anima divisa in due e pertanto di due metà della stessa fibra è faccenda diversa. Può risultare inverosimile a tratti. Ma, credete a me, non è qualcosa di già scritto, già sentito dire.

Solo le parole lo sono e rischiano di inchiodare questa narrazione in un qualche contesto di già girato, ma è un rischio che, narrando, non si può non correre.

Maggio e Neve si incontrarono per caso, sulla collina di carta al tramonto di un giorno qualunque.

Un giorno che vedeva Maggio solitario appoggiato al suo albero, alla fine di un piccolo percorso tra le parole senza brividi.

Un giorno che vedeva Neve alla fine di una vita, ma ancora inconsapevole di quando la Nuova sarebbe cominciata. E come.

Il Giorno vide il tramonto, vide tracce sulla sabbia lette da Maggio, scritte da Neve.

Il Sole di Carta già scaldava le penne di linee nuove. Neve e Maggio cominciarono a scrivere diversamente, con una rinnovata speranza forse, ma certamente, con uno stile nuovo.

La Pagina Bianca era cominciata e loro ancora non lo sapevano. Erano spettatori di un Destino Segnato.

L'incontro di tutti gli incontri.

Neve e Maggio si scrissero ancora. Si baciarono sulle rime di carta, si contarono le cose che avevano in comune e provarono l'eccitazione da prima volta.

Tutto questo senza neanche aver visto i propri visi in movimento.

Il loro mondo di carta cambiò, lo avevo detto.

Sempre valli e monti. Sempre colline e soli di carta.

Ma.

Sparirono i sentieri.

Ora, cos'è una valle senza un sentiero da percorrere? Non hai più una strada tracciata, un binario previsto dove altri sono già passati. Sei libero. Libero di smarrirti. Libero di segnare Tu il sentiero, un percorso nuovo, una strada diversa e solo tua.

Maggio e Neve riscrissero i loro percorsi. E si trovarono, fin da subito, sulla stessa linea di percorrenza.

Neve e Maggio, complici fin da subito, si scoprirono legati dalla stessa passione per il cammino sulle parole, dalla stessa cadenza di passo, dalle stesse direzioni.

Due anime così, complesse e contorte per natura, sarebbero portate a scegliere una direzione originalissima e innovativa, direte voi.

Neve e Maggio scelsero la strada più difficile. Per loro la più naturale. Scelsero la assoluta normalità. La strada di tutte le coppie che si amano. Quella delle carezze, dei sorrisini complici sotto le coperte, quella di coccole al mattino e vocine sotto la doccia (sto anticipando parecchi capitoli però..)(forse neanche troppi).

Erano loro stessi così unici, così originali, da non aver bosogno di scegliere un originale percorso personale. Scrissero nuove regole di percorsi già affrontati.

Persino le più improbabili affermazioni divennero affrontabili e tutto sommato affascinanti.

Ecco, Maggio e Neve erano decisamente e sono, affascinanti.

Chi vedesse Firenze oggi, lugo di incontro delle due anime, sappia che Firenze si vede solo dagli occhi di Neve.

Solo quelle iridi che sfumano il verde nel color terra di siena riportano le giuste tinte a Firenze, riscrivono e tracciano le sue vie cariche di storia, concedendo loro il respiro della semplicità rustica, dei quartieri con i tetti bassi e le travi a vista, dei mattoni di Palazzo Vecchio anneriti dal tempo ma sempre là, da anni ormai.

Firenze si è tola la patina di grandezza ed ha acquisito un ritmo di intimità che le mancava. Ha conservato la sua storia senza rinunciare alle luci soffici e morbide dei lampioni sul lungarno, dei palazzi dorati al tramonto sull'Arno, di un Piazzale Michelangiolo che si è commosso per un bacio.

Guardate Firenze ora e vedrete i mercati alla mattina sorridere di voci e colori anche con il grigio delle nubi, magari in vena di pioggia. La città ora ha solo un bel tempuccio, un colore comunque di casa.

Firenze è divenuta casa e guardatela con occhi di altri: non vedrete che il passato.

Guardatela con gli occhi di Neve: non vedrete che oro.

Tutto questo non ha un prima. Nessuno ha impedito o contrastato niente. Non c'era aspettativa ma ora c'è un mondo che sembra sempre stato lì, senza legami colorato e immobile così..

Fine del Capitolo.

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venerdì, 17 marzo 2006, ore 15:47

Capitolo 6/diesis

Romeo and Juliet

a lovestruck romeo sings a streetsuss serenade
laying everybody low with a lovesong that he made
finds a convenient streetlight steps out of the shade
says something like you and me babe how about it?

juliet says hey it's romeo you nearly gimme a heart attack
he's underneath the window she's singing hey la my boyfriend's back
you shoudn't come around here singing up at people like that
anyway what you gonna do about it?

juliet the dice were loaded from the start
and i bet and you exploded in my heart
and i forget i forget the movie song
when you gonna realize it was just that the time was wrong juliet?

come up on different streets they both were streets of shame
both dirty both mean yes and the dream was just the same
and i dreamed your dream for you and now your dream is real
how can you look at me as i was just another one of your deals?

when you can fall for chains of silver you can fall for chains of gold
you can fall for pretty strangers and the promises they hold
you promised me everything you promised me thick and thin
now you just say oh romeo yeah you know i used to have a scene with him

juliet when we made love you used to cry
you said i love you like the stars above i'll love you till i die
there's a place for us you know the movie song
when you gonna realize it was just that the time was wrong?

i can't do the talk like they talking on the tv
and i can't do a love song like the way its meant to be
i can't do everything but i'd do anything for you
i can't do anything except be in love with you

and all i do is miss you and the way we used to be
all i do is keep the beat and bad company
all i do is kiss you through the bars of a rhyme
julie i'd do the stars with you any time

juliet when we made love you used to cry
you said i love you like the stars above i'll love you till i die
there's a place for us you know the movie song
when you gonna realize it was just that the time was wrong?

a lovestruck romeo sings a streetsuss serenade
laying everybody low with a lovesong that he made
finds a convenient streetlight steps out of the shade
says something like you and me babe how about it?

Sottofondo del capitolo 7/sette. Indispensabile, inscindibile e soprattutto imposta dal destino.

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giovedì, 16 marzo 2006, ore 16:06

Capitolo sei/6

Stratificazioni

Come mai i vampiri hanno bisogno di un invito, la prima volta?

Io, fossi vampiro, col cavolo che aspetterei una telefonata affettuosa, che mi chiede di partecipare ad una cena o ad un aperitivo. Denti al collo subito, se non ti piace, peggio per te. Sono un vampiro, mica la Madonna della tosse.

Il cielo stasera è proprio strano. Il sole ci ha messo un sacco ad andarsene e ci sono profumi nell'aria che suonano gli alberi di musica diversa: non i soliti fruscii, quanto piuttosto un richiamo.

Dio mio! Sto diventando fastidioso e malinconico. Questa piccola collina di carta non se la filerà mai nessuno. Altrochè scrivere, dovrei mettermi a correre. Perlomeno eviterei la pancetta.

C'è qualcosa però. Qualcosa c'è davvero.

Un pensiero stupendo, che cosa non lo so ma c'è.

Odio le notti all'aperto. Perfino un cielo di carta e stelle non mi attira. Mi sembra un pan di stelle senza il gusto del cioccolato. Quello di una volta. Mi sta pure venendo fame. La carta non fa per me, non stasera. Meglio ritirarmi nello squallore della vita reale.

I pensieri di Maggio spesso non hanno senso. Perlomeno non hanno la pretesa della coerenza, neanche messi qui, sulla patinata biancoweb.

Il suo pensiero è un flusso, come quello di tutti. Solo che non si depura di nulla, non rinuncia a nulla. A costo di sembrare scostante e irrazionale. E' così bella la razionalità delle insensate fantasie. Quelle fantasie che pigliano all'improvviso, partorite dalla stessa mente che sceglie quanto zucchero mettere nel caffè o come andare dritti a scrivere su un foglio senza righe. La stessa mente partorisce simili follie?

Maggio non se ne preoccupava. Da tempo aveva rinunciato a incasellare e fascicolare sogni e ragioni; non sistemava nulla inserendo segnalibri colorati tra le grigie sensazioni e le bieche fantasie, tra i cieli di carta e le piogge bagnate e pesanti della vita reale.

Fu con questi e simili pensieri (oltre che con una certa fame, non dimentichiamolo) che Maggio prese ad incamminarsi alla sinistra del tramonto, verso la piccola radura a fondo della collina. Lui, che già si sentiva basso sulla piccola cupola verde, appoggiato al suo albero di carta, non soffriva un'ulteriore discesa.

Stava perfino per interromperla, quando casualmente vide una linea.

Una linea curva.

Una linea curva che non era naturale. E per naturale, in un mondo di carta, intendo dire che non ce l'aveva messa lui.

La cosa stupefacente era un'altra. La linea curva disegnava una parola. E non una sola parola!

Maggio era stordito. Calpestare la sua collina di carta sarebbe un intrusione tanto offensiva quanto affascinante.

L'avrebbe archiviata e subito cancellata, se non fosse per il pensiero stupendo e un particolare di pregio: le pieghe delle parole, la "s" e la "m" soprattutto.

Le parole avevano le forme e il modo della sua calligrafia.

Si rese consapevole molto dopo di questo, quando, peraltro, fu Lei a farglielo notare.

Maggio si guardò attorno. Non vide molto.

Davanti al suo sentiero di carta stava una piccola radura. Cosa c'era più oltre lo ignorava.

Era tempo di indagare.

La radura non presentò difficoltà di attraversamento. A lunghi passi fu dall'altra parte, con la luce sempre affievolita e una luna un po' troppo spenta.

La carta in quel punto aveva cancellature e macchie. D'inchiostro e di acqua. Forse di altro.

La carta in quel punto aveva solo sospiri e silenzi. Le increspature e i disegni sembravano dire qualcosa, ma era tutto troppo buio. Non si vedeva molto.

L'autore di quel modno di carta non aveva lasciato molto di sè in chiaro. C'era un fascino, c'era un inascoltato richiamo, forse.

Maggio non percepì molto al primo sguardo.

In testa, le parole tracciate sulla terra rimbalzavano da un punto all'altro. Cercando una casa di fantasie che le accogliesse.

..e se per esempio..

cosa? cosa mi vuoi dire misterioso viaggiatore di carta?

anzi, misteriosA. essì.

che succede? mi hai lasciato un messaggio per cosa? come mai chiedere il permesso?

E' tutto strano e gli scogli.. l'acqua ha un elemento sempre spiacevole in questi sogni. Come mai?

E questo piccolo deserto di rose essiccate, di significati incompresi, di grafie simili eppure sempre nascoste da, da cosa?

Non so chi tu sia, ma la mia mente non pensa ad altro.

..e se per esempio..

L'invito te lo concedo a mani aperte. Ti apro la porta ma potevi benissimo entrare.

La supponenza di Maggio dà fastidio anche a me, che comunque sono solo un suo alter ego. Devo dire che la riporto con una certa fatica perchè quegli eventi dettero una sonora e pesante spallata al vetro di corallo che aveva riscritto e innalzato a barriera delle sue emotività.

Non so se l'ho detto. E' difficile e complesso parlare di questo. Non si tratta di trama, di battute salaci, di sapori e carezze da primo bacio. Questo è stato narrato con millemila registri narrativi diversi. Tanto che non riesco a non citare involontariamente precedenti storici e catalogati. Perfino ignobili canzonette di poco conto che sono riuscite a scavarsi un'identità nel rapporto intrigante e assoluto della coppia Maggio/Neve.

Scudi alzati nei dialoghi, ma poco importa se non si capisce il contesto. Tutto è fiaba nel primo amore. Sono i respiri che riempiono le labbra incurvate l'uno verso l'altro. Il bacio è sempre scontato in letteratura.

Si deve pensare ad un mondo di silenzi e di sguardi parlanti. Sembra dannatamente retorico.

La vera magia e chiave di lettura e capire che non c'è nulla di già sentito.

E amare ogni singola parola.

Fine del capitolo

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lunedì, 06 marzo 2006, ore 21:48

Capitolo cinque/5

e se (per esempio)..

La collina era ormai un solitario poggiatesta per Maggio.
Lui, adagiato con la nuca sulla base un po' ruvida dell'albero, quell'albero che non sai mai cos'è, ma che c'è sempre in cima alle colline di carta, stava praticamente dormendo l'ennesima giornata di carta.

Il sole, dopo un ultimo sorriso pallido, aveva preso il cammino dell'altro lato dell'orizzonte.

Maggio se ne stava immobile, canticchiando tra sè con scarso entusiasmo.

Perchè i viaggi di carta erano terribilmente monotoni in quel periodo. Mancava la capacità di disegnare la carta ma soprattutto di piegarla in origami di avventure trasparenti come la realtà.
La realtà in effetti per prima non dava a Maggio alcuno spunto. Difficile immaginare un mondo di carta piegato a cigno quando la realtà ti offre a malapena righe bianche su fogli vuoti e scarse euforie di pensiero.

Maggio aveva la sensazione che quello "scivolarsi" fosse destinato a cambiare.

Credo (credeva) che in quel preciso istante qualcosa, alle sue spalle, si stesse muovendo. Pur ignaro della lontana presenza di Neve, Maggio aveva per la prima volta la sottile consapevolezza che occhi simili lo potessero osservare.

Oh, in realtà poteva ingannarsi per ore con simili congetture, dacchè mai erano venuti fuori in modo alcuno personaggi di carta o reali che potessero muoversi come lui, con i pattini instabili da ghiaccio, nel suo mondo di inchiostro asciutto da poco.

Come nasce un incontro?

Quale strana genesi diventa un rapporto, un'amicizia o semplicemente una conoscenza?

Non è dato saperlo, neanche a chi crede di avere le risposte.

Questo è strano perchè la situazione ora sarebbe, inutile negarlo, sfociata ben presto in un amore. Di quelli da star bene, la specie più rara.
La tentazione di spararvi d'un fiato il finale me la trattengo sulla punta dei polpastrelli, non temete.

Neve lo guardava, questo è certo.
Lei neanche supponeva potesse esserci un'anima così affine. A ben pensarci forse, con i primi sguardi, magari assonnati, neanche era sicura di cosa avesse trovato.
La cosa certa è che, come Maggio, anche Neve era in cerca.
Neve cercava qualcosa di nuovo, di semplice e lineare.
Tutto questo a posteriori suona maledettamente facile, ma cercate di immaginarvi la scena: due anime stanno sullo stesso foglio di carta. La prima sta scrivendo, sulla collina, i tratti della sua natura incontaminata, fatta di erba corta e rami spezzati ai lati delle viuzze di campagna.
Maggio aveva disegnato una tranquillità banale, con una punta di attesa, in attesa di cosa, in attesa di chi, in attesa. Questo è chiaro.

Neve era in cerca di una melodia. Non usciva di casa da giorni e una melodia era l'ultima cosa che ti aspetti di trovare fuori dalle tue solite quattro mura.
Quando hai a disposizione moltitudini di dischi in poco spazio, con la potenziale possibilità di ascoltarne a ripetizione, non esci per cercare altri suoni nuovi.

Ma il destino non sceglie le vie più ovvie.
Neve incontrò una melodia guardando tessuti e colori. E fu allora che scelse un viaggio di carta, per ritrovare quella melodia.
Niente di più strano, al tempo stesso logico.
A posteriori è sempre logico.

Neve vide Maggio seduto sulla collina e sorrise. Neanche lei si rese conto di averlo fatto. Ma le sue labbra si dischiuserò in un sorriso.

Un sorriso è una cosa. Tutti sanno come è fatto.
Ma un sorriso di carta è veramente difficile da disegnare. Non crediate di cavarvela con una mezzaluna rivolta verso l'alto.
Un sorriso di carta è un assenso, un trovarsi nelle parole scritte da altre mani.
Almeno in quel caso fu così.

Neve sorrise. Il sole, alle spalle di Maggio rimase fisso un secondo, prima di rischiarare l'altro lato del mondo.
Il sole aveva visto oltre. Come tutti i soli di carta.

Maggio ora riposava, ignaro di Neve e del suo sorriso.
Lui non avrebbe sorriso. Avrebbe assistito alla scena per poi proseguire senza dare peso a qualcosa che invece le farfalle nello stomaco le aveva fatte venire.
Era fatto così.

Neve prese uno dei rami secchi e incise una parola.
Neve prese uno dei rami secchi e scrisse: "e se (per esempio).."

Maggio non lesse prima di molte ore quelle parole. Parole che per menti non abituate alla carta non significavano molto.

Le parole invece in Maggio spronarono un fatto nuovo e inaspettato. Un sorriso.

Neve quella sera cercava una melodia e trovò una discografia di note.

Maggio si addormentò nella sfocata luce della sera, nell'ultima sera che lo vide solitario viaggiatore di carta.
Difficile dire come tutto questo possa legarsi ai fatti che seguirono. O forse così facile, per me, da farmi fare due passi in uno ogni volta.
Finirò per stordirvi di frasi non dette, le più belle da raccontare in una genesi di un incontro.

Ma c'è tutto un mondo dietro un sopracciglio che ti dice di si. E dietro un gesto fatto di rami secchi, che a Maggio son destinati a rifiorire con petali rosa confetto.
Tutto questo è Maggio e Neve.

Ma altre notti verranno narrate, in cui oltre a sorrisi ci furono risate di carta, che oggi vengono ricordate.. quella notte di risate, e le notti successive.

Fine del Capitolo
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domenica, 05 marzo 2006, ore 21:59

Capitolo quattro/4 Diesis

Dear Joan

Dear Joan
I've almost forgotten
The pane in the window
Blue dress in the doorway

Dear Joan
Help me remember
The face I forget
And the traps that I've sprung

I guess I've grown tired
It's just what's expected of me
To tear your heart
From the inside to the outside
You know I was wired
I just couldn't help it
The hundred thousand times I hurt you

Dear Joan I wanted to say
I'm sorry for the screaming last night,
And the nights before
I've wanted more from this
Than anything I've ever known
Dear Joan

Dear Joan
Your face has a brightness
That I've never seen
In the years that I've known you

Dear Joan
I'd pick up the pieces
But some scattered too far
See, they flew when I kicked them

I know you believed
When I said it was over
You stood by me patiently
Waiting and brooding
So deeply in love
With every face that I've shown

Dear Joan I wanted to say
I'm sorry for the screaming last night,
And the nights before
I've wanted more from this
Than anything I've ever known

Once I forget
Twice I'm a fool
Three times I wrap
My hands around your neck
While your sleeping
So quietly sleeping
Sleeping and dreaming

Dear Joan
Don't walk out the doorway
Because if you did, I believe
I could honestly kill you

Dear Joan I wanted to say
I'm sorry for the screaming last night,
And the nights before
I've wanted more from this
Than anything I've ever known

Dear Joan I wanted to say
I'm sorry for the screaming last night,
And the nights before
I've wanted more from this
Than anything I've ever known
Dear Joan
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giovedì, 02 marzo 2006, ore 16:49

Capitolo quattro/4

storia di Maggio

Maggio era un viaggiatore davvero inusuale.

A pensarci bene, un viaggiatore di carta non può essere "usuale", dal momento che i suoi movimenti e spostamenti sono essenzialmente disegnati da penne o battuti su vecchie tastiere scolorite, come la tastiera di Neve (ma sto divagando).

Maggio viaggiava con le parole e con la mente. Spesso capitava che non fosse li con Voi, ad ascoltarvi parlare della vostra magnifica esperienza in Alaska, per due mesi a contatto con il ghiaccio e gli Esquimesi.

Voi avevate la netta impressione che lui vi seguisse, che anzi apprezzasse le foto degli alberi ghiacciati da una temperatura polare che soffiava raffiche sotto i colli dei vostri maglioni, come aghi impazziti che cercassero un riparo nel bianco infinito e senza sole.

Maggio vi seguiva, certo, magari si immaginava fermo con la mano tesa e il palmo aperto, dritto contro la folata di aghi di ghiaccio, e il lento arrossarsi per il freddo della sua pelle, che perdeva sensibilità assai velocemente; Maggio diceva che anche lui avrebbe voluto venire.

Maggio in realtà era in un altro posto. Belle parole. Vi parlava, rispondeva e immaginava ma, semplicemente,

non era li.

Maggio amava viaggiare, ma era un viaggiatore di carta e i suoi percorsi li disegnava con le lettere e le parole di un vocabolario semplice, fatto di punti (anche di sospensione a volte), di errori di ortografia e di verbi sbagliati.

Maggio se ne fregava. Il viaggio narrato, il suo viaggio di carta, era solo suo. Il lettore era lui, quindi ignorava le imprecisioni che la carta lasciava ad asciugare, dopo che la stilo blu aveva tracciato il cammino.

E tutto questo era un viaggio di carta e lui lo immaginava così bene da poter ripetere ogni singola tappa, ogni sosta, ogni bivio, ogni casolare con camini accesi e legna sul lato di ponente.

Poichè Maggio era un viaggiatore di carta e la carta era il suo mappamondo bianco. Era bellissimo disegnare territori di carta, foreste fittissime e buie, viverci per giorni e poi tornarci e trovarle cambiate, perché la carta sfuma i dettagli.

Maggio viaggiava da solo e con poco bagaglio. Non faceva foto perché preferiva comprare le cartoline nei bar e nelle baite (amava viaggiare tra i monti). Maggio preferiva stagioni fresche ma non fredde, ma soprattutto amava quel tempo indefinito, quell'azzurro schiarito di grigio che non ti faceva capire se ti stavi per bagnare o dovevi aprirti la giacca per non sudare troppo.

Maggio amava muoversi a piedi, percorrendo i sentieri in maniera tutta sua. Stava di lato, poggiando i piedi, uno dopo l'altro, sull'erba anzichè sulla terra del solco. Questo perché, pur volendo muoversi sicuro di arrivare a destinazione, amava sentirsi diverso, quel tanto che basta per essere più contento di se stesso.

Maggio non si avvicinava mai troppo ai centri abitati. Le persone erano sempre o troppo scortesi o troppo invadenti.

Le guardava da lontano, nelle loro abitudini sociali e magari si sentiva esperto nei sentimenti umani, pur non capendo quasi nulla di quanto osservava.

Ma un contatto ravvicinato lo disturbava. Un senso di profanazione (nei suoi confronti) si faceva strada non appena qualcuno gli rivolgeva uno sguardo troppo penetrante. Non voleva lasciare memoria di sé.

Neve lo conobbe così. Durante un viaggio di carta un po' troppo distante dai soliti sentieri. Lui se ne stava sul bordo sinistro di una collina, ed era seduto, a gambe incrociate, con le spalle al tramonto.

Non gli è mai importato molto dei tramonti e del sole. Maggio voleva solo riscaldarsi un po' con quei raggi e asciugare la schiena che per vari giorni era coperta da un piccolo zaino di fogli, da una tastiera con i tasti ancora leggibili e da parole scritte un po' di fretta e a cui lui non aveva dato poi tutto questo peso.

Neve lo vide da una piccola radura, posta solo un po' più a valle. Lei (avremo tempo di parlare di Neve in dettaglio, non vi preoccupate!) aveva passato molto tempo in casa, nelle ultime settimane. E i suoi viaggi di carta erano spesso nelle radure alla base della collina, dove si passa spesso inosservati anche da chi è in cima (ché spesso ci si limita a guardare i tramonti).

Certe cose a posteriori si descrivono male (ed io poi sono di parte), il fatto però è che Neve incrociò il viaggio di carta di Maggio.

E Maggio capì che ci sono tragitti che si vivono meglio con una compagna di via.

Ma è tempo di fermarci un attimo, almeno un attimo, sul tramonto della collina.

Maggio e Neve non lo videro quella sera. Lui era troppo occupato a scaldarsi la schiena e a pensare a quale strada percorrere l'indomani. Lei era incuriosita dalla figura di Maggio e osservava incuriosita il suo viaggio di carta, mentre era già ora di rientrare a casa (era stanca e doveva comunque riposare).

Lasciamoli ai loro sogni. Il sole scendendo li accarezzava entrambi, faceva muovere la polvere del sentiero e i fili d'erba lo osservavano ammirati. Il sole aveva capito parecchio, per essere un sole di carta.

Fine del capitolo.

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